[Recensione]


Howard Phillips Lovecraft: Contro la religione
ISBN 978-88-98602-40-7
Nessun Dogma. Roma, 2018. Pagine 332

di Francesco D’Alpa

 

Per meglio apprezzare questo volume, che raccoglie alcune fra le migliaia di lettere da lui scritte, è meglio lasciare in secondo piano l’uomo Lovecraft: grafomane visionario, contraddittorio, antidemocratico, razzista, misogino, creatore appassionato di dei e cosmi immaginari.

Qui il suo estro ed il suo pessimismo cosmico non intaccano una razionalità di taglio moderno e, laddove isolata dal personale contesto ideologico e biografico, propositiva, capace di ispirare, ad un secolo di distanza, atei, agnostici e secolaristi.

Verso il cristianesimo dei suoi tempi Lovecraft ha molte ragioni di critica, ma anche (più volte contraddicendosi) motivi di apprezzamento. Complessivamente ne dichiara la morte quale forza trainante nella vita (e qui imita Freud nel ritenere che l’immortalità sia una illusione e che sia più saggio trasferire le proprie energie verso qualcosa che abbia un fondamento nella realtà); dall’altro proclama di non desiderarne l’estirpazione forzata, per un insieme di motivi che la rendono comunque utile per le masse. Il principale è un argomento morale: le masse vengono più fortemente influenzate (a ragione della superstizione) da un codice comportamentale supportato da una ipotetica autorità divina; ed il sistema religioso ha giovato forse a certe virtù in maniera più forte di altri (anche se la loro media generale si equivale). Un altro argomento è pratico: l’osservanza religiosa è storicamente connessa ad innumerevoli istituzioni e attività sociali, per quanto tale legame si sia progressivamente allentato nel tempo.

I principali fattori che hanno portato al successo i sistemi religiosi sono secondo Lovecraft l’emozione e la relativa ignoranza degli uomini. L’emozione (falsa premessa conoscitiva dell’idealismo) ha a lungo sostituito la ragione nell’impartire una conoscenza positiva; poi la conoscenza scientifica (con le nuove scoperte ed il convergere delle diverse discipline) ed in primo luogo l’antropologia, le hanno definitivamente sottratto tale primato nelle menti più aperte. Ma il conflitto fra scienza e religione, ovvero tra la ragione e l’immaginazione, tra ciò che è reale e materiale, e ciò che è ideale o spirituale è una caratteristica di ogni epoca: in ogni tempo ciascuno di questi principi ha avuto i suoi campioni, ed i problemi implicati sono così basilari e vitali che questo conflitto ha superato tutti gli altri in durezza e universalità.

Dal punto di vista storico, Lovecraft mostra comunque una chiara indulgenza per i credenti, che a suo parere erano, in passato, almeno fra i cristiani, meno fanatici e meno inclini alle fantasie rispetto ai suoi tempi (un giudizio non proprio condivisibile, a mio parere): uomini che mantenevano la loro vecchia fede semplicemente a causa della mancanza di quelle informazioni scientifiche che poi ne hanno dimostrano la radicale falsità; e che purtuttavia si avvalevano dell’insolito benessere immaginativo di queste vecchie credenze. In quanto ai suoi contemporanei dichiara di non volere intimamente desiderare quella che definisce la reazione patetica e singhiozzante di una certa classe emotivamente delicata di fronte allo strazio del disincanto, il cui esito rassicurante può essere l’adesione ad un cieco occultismo o ad una appassionata apologetica cristiana.

In base alla propria tradizione familiare battista, Lovecraft interpreta la Bibbia come opera legata ad un determinato periodo storico, nel quale poteva ben svolgere una funzione di guida per la condotta morale, ma non per questo si astiene dal giudicarla colma di idiozie e assolutamente distruttiva, ispirata da una primitività infantile, e del tutto inadatta alla realtà del ventesimo seco per la avvenuta decadenza di tutti i suoi presupposti emozionali e immaginativi. Ed allo stesso tempo rigetta tutta la casuistica etica basata su di essa, anche perché la moralità non può costituire l’essenza della religione e determinarne la struttura.

Certamente, a confronto con la modernità del suo razionalismo, l’impressione che si può avere dell’uomo Lovecraft è quantomeno sconcertante: un cinico, che discetta sulla insignificanza dell’essere umano (considerato un caso triviale

nella storia della creazione) e sulla futilità dell’esistenza, eppure con uno sguardo pietoso verso l’eterna tragedia di questo essere, privo di importanza nei confronti dell’universo, senza alcun diritto alla vita, infantilmente soggettivo nella sua filosofia, impossibilitato ad ottenere ciò cui aspira, in cerca di qualcosa che fornisca alla sua razza un mezzo sostitutivo per evadere dalla realtà dell’esistenza.

Ma l’atteggiamento dell’agnostico onesto non può essere altro, secondo lui, che un senso di disgusto nei confronti di una menzogna, che può al massimo essere magnanimamente tollerata per quel tanto che può produrre di buono, ma verso la quale nell’intimo non può che provare un astratto risentimento, una sensazione di scherno, un atteggiamento di irriverenza di fronte alla contemplazione di una frode pia, non importa quanto questa sia infarcita di sani principi.