| Il
nostro 'Darwin day' 2009
Lunificazione del mondo dei
viventi: darwinismo contro teologia.
(Traccia per il Darwin Day 2009 dei soci UAAR di Catania. A cura di Francesco
DAlpa)
I soci UAAR di Catania propongono questanno il loro terzo Darwin Day radiofonico,
con una trasmissione ancora una volta su RTM Modica.
Nel 2007 è stato letto il testo di Carmelo Viola Evoluzionismo vs creazionismo:
libertà laica e scienza sociale; nel 2008 Francesco DAlpa è stato
intervistato sul tema Perché la chiesa ce lha con Darwin. Oggi
parleremo di "Unificazione del mondo dei viventi": cosa pensava e cosa
pensa il cristianesimo del rapporto fra uomo e natura? Come è mutata la nostra visione
della natura con la rivoluzione darwiniana?
Assieme a Marco Blanco, curatore del programma Ora daria di RTM, sono
presenti in studio Beppe Bertuccelli, referente UAAR di Catania e Francesco DAlpa,
redattore de LATEO.
Partiamo dalla rivoluzione darwiniana. Quali ne sono
state le conseguenze più importanti sul modo di concepire il rapporto fra uomo e natura?
Da una parte Darwin ha unificato il mondo dei viventi, dallaltra ha ridefinito il
rapporto fra luomo ed il resto della natura. Tale rapporto, nel mondo cristiano era
fermo alla rappresentazione che ne aveva fatto la Bibbia, nel cui testo la
natura è semplice sfondo alla vicenda umana.
Il racconto biblico della creazione, infatti, per lo meno nellinterpretazione
teologica ordinaria, non è solo la spiegazione dellorigine e del perché
delluomo, ma anche una decisa precisazione concettuale della sua separazione
ontologica dalla natura, relegata a semplice scenario (non a caso da
restaurare alla fine dei tempi): regno della provvidenza, laddove quello umano
è invece il regno del libero arbitrio concesso dal creatore alla sua creatura prediletta.
In che modo la Bibbia ha definito e
condizionato il rapporto delluomo con la natura?
Il rapporto che luomo dovrebbe avere con lambiente in cui vive, ed in
particolare con gli animali, non è in effetti ben precisato nelle Sacre
scritture. Gli ebrei non si ponevano questo genere di domande scientifiche. Si
ponevano invece questioni di senso. Secondo gli autori biblici, come risulta dal libro
della Genesi, dio avrebbe autorizzato luomo a comandare su tutti gli
animali ed a servirsene (anche come cibo).
Per quanto anche lanimale sia vivente e dunque animato (in senso letterale)
luomo avrebbe una dignità particolare (la cosiddetta immagine e
somiglianza con il suo creatore) che lo rende custode e manutentore (come
causa seconda) della terra in cui vive. Ciò non pone comunque luomo in
una posizione così elevata rispetto alla natura, come lavrebbe intesa
successivamente il cristianesimo.
Ma fino a che punto luomo si può servire liberamente della natura? Debbono
trascorrere molti secoli prima che la questione si ponga in tutta evidenza, in epoca
illuministica, dopo secoli di noncuranza. Ma le risposte sono assolutamente
contraddittorie: per taluni, luomo ha il diritto di modificare ed usare a piacimento
qualsivoglia aspetto o elemento della natura; per altri, questo diritto ha delle
limitazioni, e la natura va sostanzialmente custodita.
Quandè che luomo ha preso chiara
coscienza dellessere egli stesso parte integrante della natura?
Certamente in epoca abbastanza antica. Aristotele, ad esempio, aveva già notato e
sottolineato la sconcertante somiglianza fra le scimmie e luomo Con il prevalere
della visione cristiana, questo interesse naturalistico viene perduto.
Riemerge solo in epoca coloniale, quando molti resoconti di esploratori (specie
dallestremo oriente) riferiscono di esseri che appaiono non completamente umani né
animali. Nel caso particolare, ad esempio, delle scimmie antropomorfe allora ci si chiede:
si tratta di esseri intermedi, di uomini degenerati, o di che altro?
Da qui lurgenza di una precisa delimitazione teologica fra lanimale e
luomo.
Come risolve la chiesa questo problema concettuale?
Lo sconcerto per le somiglianze con lanimale viene a lungo rimosso dalla coscienza
dei credenti e superato ideologicamente con la rivendicazione di una distanza metafisica
dallanimale (lodierno salto ontologico). Solo questa può infatti
delimitare nettamente i due mondi, visto che nessuna differenza anatomica appare di per
sé capace di delimitare lumano dallanimale. Secondo i più eminenti teologi,
nulla di materiale impedisce infatti alla scimmia di parlare, di inventare, se non la
mancanza di una anima razionale che esplicherebbe la propria azione sul corpo ma in modo
proprio ed indipendente dalla materia.
Tutto chiaro anche per la scienza?
Decisamente no, giacché la scienza non segue vie preconcette, e laddove trova un problema
affina losservazione (che precede ed indirizza il ragionamento, così caro agli
scolastici). Una importante presa di posizione è quella di Linneo, secondo
cui è difficile evidenziare caratteri veramente discriminanti fra luomo e
lanimale; infatti, la più petulante fra le scimmie differisce poco dalluomo.
Così egli ha lardire (per i suoi tempi) di includere nella tassonomia
animale anche la specie umana, anche se non coglie quella derivazione o comune
origine che sarà poi dimostrata da Darwin.
Più decisi si dimostrano invece gli enciclopedisti, ed in genere la scienza materialista
del Settecento: fra uomini ed animali esiste solo una diversa espressione di certe
caratteristiche, testimoniata dalla somiglianza delle rispettive anatomie. La stessa
progressione nel raziocinio è parallela alla progressione anatomica:
nellintelligenza umana è riconoscibile il perfezionamento di quella animale; nella
natura vi è una unità profonda, e non esiste un lato trascendente dellessere
umano.
Tutti daccordo dunque gli scienziati?
No. Perchè la scienza è fatta anche (ed era fatta, in passato, soprattutto) da credenti;
e comunque lo spiritualismo ha lungamente prevalso, quanto meno come scrupolo metafisico.
Secondo Buffon, si deve concludere che Dio ha creato il corpo delluomo simile a
quello dellanimale, seguendo un modello generale, ma gli ha riservato lanima.
Dunque il corpo delluomo è macchina al pari di quello dellanimale; ma mentre
la macchina animale è automatica ovvero mossa da un provvidenziale istinto,
quella umana è soggetta al dualismo anima-corpo.
Ad esaminare la questione con maggiore aderenza al testo biblico (ovvero senza le
sovrastrutture interpretative della patristica cristiana) il ragionamento comunque non
regge. Infatti, secondo Genesi Dio dà semplicemente vita (=vitalità) al
corpo di Adamo, né più né meno come laveva data agli altri animali. Dunque
Genesi sembra addirittura più vicino alla verità scientifica odierna che non
la teologia cristiana.
Come cambia la visione del rapporto fra uomo e natura
col nascere dellecologismo?
Nel primo ecologismo, ottocentesco, il rapporto uomo-natura diviene ambiguo. La natura è
considerata ora come inclusiva dell'uomo, ora come esterna a lui, provincia separata
e selvaggia, mondo a cui luomo si è adattato, sotto le cui leggi è nato e
morto.[1]
Durante il Novecento la biologia procede decisa alla definitiva unificazione del mondo dei
viventi, incluse tutte le nuove forme scoperte, e fino allultramicrospopico.
Per i religiosi, invece, il tabù è tale che fra uomo ed animale non vengono elencate
differenze soltanto quantitative, ma ancora ed essenzialmente qualitative:
lanimale non è meno intelligente rispetto alluomo, nè meno sofferente, ed in
ultima analisi meno destinatario di diritti; lanimale, assai più semplicemente, non
è intelligente, non soffre, non ha alcun diritto. Si può discutere, come nel dibattito
sul cartesianesimo, se e quanto sia un automa, ma guai a confrontare le sue attività
(apparentemente mentali) con quelle delluomo.
Ma questa riduzione dellanimale ad automa si dimostra una posizione poco
difendibile: come negargli infatti, ad esempio, la sensibilità, di cui sembra
evidentemente dotato, visto che reagisce in modo appropriato e vario agli stimoli?
Per il mondo cattolico si tratta di una mera apparenza: lanimale non soffre come
soffriamo noi (anche se dà questa falsa impressione), ma è semplicemente mosso da una
reflettività incosciente. Non ha dunque senso chiedersi se qualunque animale, anche il
più simile a noi, possa o no essere usato a fini scientifici, anche mediante la
vivisezione.
In che modo lantropologia religiosa ha
condizionato latteggiamento verso la sofferenza animale?
Il pensiero religioso, fino a Novecento inoltrato, è sostanzialmente impermeabile al
nascente animalismo . Così non sorprende leggere un ampio repertorio di
definizioni simili a questa: «Lanimale non è persona e laffermazione che
luomo abbia doveri verso di esso, non è compatibile con la dottrina cattolica. La
vivisezione è lecita qualunque sia la condizione sperimentale, anche quando non serva
allutilità pratica mediata od immediata, ma solo al progresso della conoscenza
scientifica. È illecito provocare o tollerare negli animali sofferenze senza scopo,
perché ciò ripugna alla retta ragione; lanimale non ha diritti, però la condotta
delluomo verso di esso non è priva di importanza etica». [2]
Sappiano bene come la ragione umana sia stata sempre capace di trovare ed abbia poi
ostentato una ragione giustificativa per qualunque misfatto concepito, al di là
delletica.
Ma il termine anima non suggerisce che lanimale
possieda anchegli unanima?
I termini animale ed anima hanno una comune radice etimologica, proprio perché gli uomini
hanno colto sempre nel movimento (nellessere animati) laspetto più
caratteristico dellessere vivente. Gli uomini e gli animali, tutto ciò che si
muove, avrebbe unanima; ciò che non si muove, le cose non avrebbero
unanima. Con una zona incerta, fra le due, nel pensiero magico: in quanto anche i
fenomeni naturali hanno una loro certa qual vita.
Lidea che lanima sia qualcosa di più o di diverso dal semplice movimento è
invece una concezione più tardiva, sviluppata nel pensiero greco, incorporata nel
pensiero ebraico nella sua fase più tardiva e successivamente sviluppata nel
cristianesimo.
In tal senso, gli animali possono essere dotati di un movimento autonomo, ma non essere al
tempo stesso animati: semplici automi, come pensava Cartesio, opponendosi allidea
aristotelica dellanima animale.
Cosè che dunque distingue lanimale
dalluomo?
A prima vista sembrerebbe ovvio rispondere: lintelligenza, il linguaggio, il
pensiero, lautocoscienza, il libero arbitrio, quantaltro. Proprio in tal senso
ha risposto sempre la religione: presupponendo che queste caratteristiche siano proprio
quelle dovute allanima immortale. Ma qualcosa di tutto ciò è presente
(visibilmente; o lo si intuisce) anche nellanimale, il quale in definitiva
differisce dalluomo in certe caratteristiche solo per quantità e non
certo per qualità; per non parlare di certe capacità più sviluppate negli
animali o presenti solo in loro (correre più velocemente, reagire con maggiore prontezza,
volare, vedere e sentire ciò che non è possibile alluomo...)
Per rigettare ogni somiglianza con lanimale, per rigettare la pessima idea di
unificare i due mondi, il religioso è costretto a forzare levidenza:anche se fra
luomo e lanimale cè somiglianza in qualcosa del supporto materiale, il
lui solo agisce lanima, umanizzando la materia.
Cosè allora lanimale: un semplice
automa?
Per uomini come Buffon e Cartesio sostanzialmente si. Secondo loro lanimale è
capace di muoversi in occasione di un urto o di una resistenza, proprio come i
giocattoli che cambiano traiettoria dopo aver urtato contro la gamba del tavolo, ma senza
quella intenzionalità che riconosciamo nelluomo.
Per i materialisti come Condillac, invece, gli animali non sono meri automi, ed hanno
sensazioni di piacere e di dolore; sono in grado di confrontare, giudicare, rappresentare
in memoria oggetti e situazioni; apprendono comportamenti che, con labitudine, si
cristallizzano negli istinti, non privi di una certa riflessione. Ogni organismo vivente
(dal più semplice alluomo) adegua il proprio comportamento alle circostanze in cui
si trova.
Dobbiamo dunque abbandonare lanima per tornare
allanimale?
Necessariamente si, per risolvere tutte le ambiguità insite in questo concetto, che al
più può fare comodo nel linguaggio comune. Lesprimersi tradizionale
dellanima, ovvero i processi cognitivi e quelli emotivi è comune in natura, seppure
a vari livelli di consistenza e di espressione. Lapparente immaterialità
dellanima si spiega con fini interazioni chimiche
A ben guardare è difficile trovare perfino una linea di demarcazione fra il mondo dei
viventi ed il mondo dei non viventi, nel quale si trova una materia inanimata
solo convenzionalmente separabile dalla materia animata.
Luomo non è semplicemente simile allanimale, ma è in tutto e per tutto un
animale, con sue peculiari caratteristiche. Al più, se vogliamo, raccoglie in modo
ottimale molto fra ciò che di meglio è apparso in natura.
Riferimenti bibliografici:
[1] Mc Kibben B., The End of Nature. Random House, New York, 1989. Trad. it.: La fine
della natura. Bompiani, Milano 1989, p. 62.
[2] Scremin L., Appunti di morale professionale per i medici. Editrice Studium, Roma,
1934, p. 123.
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(da sinistra a destra: F. D'Alpa, B. Bertuccelli, M. Blanco
negli studi di RTM Modica)
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