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Ultimo aggiornamento:13 febbraio 2009
 

Un dibattito con Piergiorgio Odifreddi a Catania

 

Venrdì 13 giugno 2008 Piergiorgio Odifreddi (uno dei presidenti onorari dell'UAAR)
ha partecipato ad una disputa pubblica presso la 'Tenda di Ulisse' a Catania.

Una presentazione del dibattito:

"La Sicilia" 12 giugno 2008  pag. 41

DOMANI NELLA TENDA DI ULISSE
Un cattolico e un non credente «processano» Gesù di Nazareth «pubblica disputa» tra Giuseppe Savagnone e Piergiorgio Odifreddi

Processi. In Italia e nel mondo se ne istruiscono a milioni: alcuni si chiudono con verdetto di assoluzione, altri con verdetto di condanna, altri ancora - come purtroppo sappiamo - cadono in prescrizione.
Ma c’è un processo, forse il più lungo e controverso che la storia abbia mai celebrato, che non si è mai chiuso e che nonostante siano passati più di duemila anni non è andato in prescrizione.
L’imputato? Gesù di Nazareth. Personaggio controverso cui sono state dedicate montagne di pagine e fiumi di inchiostro. Ma chi era costui? Un uomo che nacque e visse nell’ultima provincia romana tra le regioni della Galilea e della Giudea al tempo di Cesare Augusto, negli anni che noi oggi datiamo come i primi anni dell’era cristiana. Si proclamò figlio di Dio, annunciò il vangelo e l’awento del Regno di Dio, fu ritenuto un pericolo sia dai Giudei che dai Romani e fu condannato alla crocifissione è morte in croce. Dopo tre giorni dalla sepoltura Gesù, detto il Cristo, risuscitò dai morti e
ascese al cielo. Questa in breve la storia di Gesù tramandata dai Vangeli attraverso la Chiesa e creduta da miliardi di uomini e donne fino ad oggi.
Ma per molti nel corso dela storua questo Gesù non è stato altro che un impostore, qualcuno ha addirittura messo in dubbio la sua esistenza storica, per qualcuno è stato un filosofo, per altri è un mito, per altri ancora è stato solo uno strumento di potere politico di diversi imperatori. In questi ultimi anni - come afferma il prof. Savagnone nel suo ultimo libro Processo a Gesù. È ancora ragionevole credere nella divinità di Cristo?, - c’è un ritorno al sacro attraverso però nuove forme si religiosità (sette, maghi, miscellanee di diverse religioni orientali) che se da una parte testimoniano il desiderio e il bisogno innato nell’uomo di trascendenza, dall’altra parte mettono in crisi e rifiutano le tradizionali religioni, in modo particolare quella cattolica.
Il processo a Gesù si e celebrato, si celebra e si celebrerà sempre su due piani: uno privato e l’altro pubblico. Infatti inconsciamente o consapevolmente ‘Gesù è messo sotto processo nell’intimo del proprio cuore da ogni uomo che si imbatte in lui. Tutti - o perché educati alla religione cattolica, o perché abbiamo studiato a scuolà la storia, o perché ci siamo imbattuti in persone di fede, o per altri motivi - in qualche modo ci siamo posti di fronte a lui come giudici e ciascuno di noi ha emesso un verdetto.
Ma esiste anche un “processo pubblico” che non è solo quello istruito davanti a Ponzio Pilato che le cronache del tempo ci hanno trasmesso.
Gli scaffali delle librerie, infatti, sono state invase in questi ultimi anni da volumi acquistati da milioni di persone, creando dei veri e propri casi mediatici: dal famoso testo di Diego Fabbri, Processo a Gesù, a quello di Pomilio, Il quinto evangelio, a quello di Messori, Ipotesi su Gesù, al recente libro di Augias- Pesce, Inchiesta su Gesù, al romanzo di Dan Brown, Il Codice da Vinci, aI provocatorio saggio di Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo esserecristiani (e meno che mai cattolici) solo per citarne alcuni.
In occasione dell’ultima fatica di Giuseppe Savagnone, Processo a Gesù. Èancora ragionevole credere nella divinità di Cristo?, la Missione Chiesa-Mondo ospiterà domani alle ore 20 nella Tenda di Ulisse una “pubblica disputa” su dati storici e biblico -teologici tra chi crede e chi non crede. Parteciperanno il prof. Giuseppe Savagnone (docente di Storia e Filosofia presso i licei statali di Palermo)e il prof, Piergiorgio Odifreddi (docente di logica e Matematica presso l’università di Torino). Modererà il dibattito mons. Antonio Fallico, responsabile della Missione Chiesa-Mondo e vicario episcopale per la pastorale delle diocesi di Catania. Sarà presente l’Arcivescovo mons. Sa!vatore Gristina.


Gabriella La Mendola

Il resoconto del dibattito sulla stampa locale:

“La Sicilia”, 15 giugno 2008, p. 42

TENDA DI ULISSE
«Processo a Gesù»: utile provocazione
“Non la verità di cui ci si crede in possesso, ma il sincero sforzo per giungervi determina il valore dell’individuo.., l’illusione del possesso rende pigri e presuntuosi; solo la ricerca tiene desti ed insonni Se Dio tenesse nella sua destra tutta la verità e nella sua sinistra il solo eterno impulso verso la verità con la condizione di dover andare errando per tutta l’eternità e mi dicesse: “scegli!”, io mi precipiterei umilmente alla sua sinistra dicendo: “Padre, ho scelto! La verità pura non è che per te solo!’”
Ricordo ancora quando, sui banchi di scuola, mi trovai di fronte questo brano di Lessing. Per la prima volta, forse, riflettei sulla bellezza dell’essere uomini: non essere possessori, padroni della verità ma con passione e onestà poterne esserne ricercatori. Queste parole mi sono tornate in mente venerdì sera durante la “pubblica disputa” svoltasi nella “tenda di Ulisse” - gremita fino all’inverosimile - sul tema: “Processo a Gesù di Nazareth”. Ospiti della serata: un credente: il prof. Giuseppe Savagnone, docente di filosofia a Palermo e autore del libro “Processo a Gesù. È ancora ragionevole credere nella divinità di Cristo?” e un ateo: il prof. Piergiorgio Odifreddi, docente di Matematica presso l’Università di Torino e autore del testo “Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)”.
La serata è iniziata con la lettura, tratta dal libro di Savagnone, dei “capi d’accusa”: Cristo sarebbe stato accusato di millantato credito, egli era un impostore, la sua figliolanza divina è una costruzione posteriore, concepita e gestita dall’imperatore Costantino che l’avrebbe utilizzata come strumento di potere.
Dopo la lettura dei “capi d’accusa”, sollecitati da incalzanti e serrate domande di mons. Fallico, che ha moderato la serata, i due protagonisti hanno regalato al pubblico presente due intense ore di seria riflessione, colma di contenuti culturali e nel rispetto reciproco hanno tessuto l’ordito e la trama di un vero e proprio dialogo - a cui oggi purtroppo soprattutto la televisione ci ha disabituato - dialogo fatto di ascolto e di parola, espresso con garbo e non con rabbia e volgarità.
«Possiamo trovare solo giovamento da libri come quello del prof. Odifreddi- ha detto il prof. Savagnone - Poiché essi svegliano noi cristiani da una fede data per scontata e un pò sonnolenta. Ci spingono a guardare con occhi limpidi e pie-nidi stupore il messaggio cristiano. Però ho trovato questi testi un po’ troppo aggressivi. Per questo ho sentito il bisogno di scrivere. Non potremo mai dimostare la fede, ma mostrare che la fede è ragionevole sì». Di contro il prof. Odifreddi ha fatto notare come «essere atei non significa non credere in nulla… il Dio che in professo è quello professato da Pitagora a Spinoza: la natura. Ho letto i Vangeli e la Bibbia, compreso l’Antico Testamento, e trovo incongruenze, contraddizioni. Ci sono almeno tre Gesù che emergono dalla mia lettura: il primo è il Gesù profeta, il secondo è il Gesù mago e il terzo è il Gesù politico. Il primo e il secondo mi sembrano nettamente in contrasto tra loro».
Alla domanda di mons. Fallico su quanto Gesù possa dire ancora oggi nel campo educativo, il prof. Savagnone ha concluso dicendo che: «Gesù ha molto da dire ai giovani di oggi, poiché ha saputo uscire fuori dagli schemi e spinge arinunciare all’omologazione per riscoprire la propria identità».
Citando l’ncipit della “Fides et ratio” di Giovanni Paolo Il mons. Fallico ha concluso la serata con l’immagine della ragione e della fede come «le due ali con le quali le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità».
Al termine della serata, come era prevedibile, nessun verdetto pubblico e definitivo né di condanna, né di assoluzione è stato emesso. Il caso non è però andato in prescrizione e continuerà ad essere celebrato se non nelle aule dei tribunali, nella vita quotidiana di ogni uomo.

Gabriella La Mendola

Così un lettore commenta negativamente il dibattito ed il resoconto giornalistico

“La Sicilia”, 17 giugno 2008, p. 44

«Odifreddi e i cristiani: dialogo impossibile»

In un celebre scorcio autobiografico, riportato da Julien Benda, Tolstoi narra che dopo aver ammonito un suo collega ufficiale che aveva colpito violentemente una recluta discostatasi dalla fila, chiedendogli se conoscesse i vangeli, ne ebbe come risposta: “ma lei conosce i regolamenti militari?” Risposta, se si vuole, formalmente ineccepibile e tuttavia estranea ad ogni pur minimo sussulto di carattere spirituale, proprio perché non riesce in alcun modo a cogliere la carica provocatoria di un appello che inviti a scorgere come, al di là dei regolamenti, ci sia un mondo che nulla e nessuno possono impunemente ignorare (neppure i regolamenti militari). La stessa owia ed ineliminabile sordità ad ogni aspetto non puramente empirico della realtà contrassegna la posizione di Piergiorgio Odifreddi, invitato da Padre Fallico a presentare, presso la “Tenda di Ulisse”, l’ultima fatica di Giuseppe Savagnone dal significativo titolo “Processo a Gesù”. Il vero problema scaturente da questa iniziativa non sta ,come si potrebbe ritenere, nelle posizioni estreme tipiche di Odifreddi, non sta in altre parole nel considerare letteralmente “cretini” i cristiani, come sta scritto nelle primissime pagine di un suo fortunato volume, ma va individuato altrove. In particolare, il vero problema va individuato nella incresciosa circostanza secondo cui si ritiene da alcuni - in questo caso da Padre Fallico - che il cristiano, allo scopo di rinsaldare la propria identità, deve confrontarsi con le varie forme della cultura laica. Ciò va benissimo, ma esige comunque siano rispettate due condizioni. La prima è che il laico cui sia richiesto di dialogare con la cultura cattolica accetti in modo evidente e senza ambiguità la pari dignità di questa, acconsenta cioè esplicitamente a considerarla una dinamica seria del pensiero e non - come invece ripete Odifreddi - una roba per minorati o, al più, una fiaba fantastica. La seconda è che il laico abbia modo di operare una critica a partire dal territorio che più gli piaccia (storico. scritturistico, teologico ...) ma sempre e comunque culturalmente all’altezza dell’oggetto da criticare, utilizzando cioè un armamentario oggettivamente in grado di rendere ragione delle opzioni di cui egli sia portatore. In assenza anche di una soltanto di tali condizioni, nessun dialogo è possibile: mancando laprima, il cattolico sarebbe collocato in una indebita posizione di minorità, mancando la seconda non ci si potrebbe confrontare su dati oggettivi. In entrambi i casi, uno sterile e rischioso monologo spodesterebbe il dialogo, che invece ben a ragione oggi si cerca tanto di promuovere. Orbene, si dà il caso che dialogare con Odifreddi, per un cattolico, è impossibile (come, al di là duone intenzioni, lo è stato per Savagnone) in quanto mancano entrambi queste condizioni. Manca la prima, perché - sia pure con garbo ed eleganza - per quasi due ore Odifreddi ha spiegato sostanzialmente ad una nutntissima platea di cattolici (pronti, peraltro, ad applaudirlo) assiepati nella Tenda, in che senso e perché essi sono soltanto dei cretini; o, detto in modo meno antipatico e volgare, dei sempliciotti creduloni. Manca la seconda, perché Odifreddi non possiede per nulla gli strumenti culturali necessari per operare una seria critica scritturistica e teologica davvero radicale, come invece egli dice di voler fare. Valgano due soli esempi, fra i tanti possibili. Nel primo capitolo del suo volume, egli afferma -come nulla fosse- che l’ebraismo che emerge dal Vecchio Testamento era in realtà politeista, distruggendo in poche righe oltre due millenni di tradizione religiosa rigidamente monoteista. E ciò in quanto -scrive - il Dio degli ebrei prima è Elohim, e poi Jahvè; ci sarebbero perciò più dei. Egli non sospetta neppure come la teologia biblica abbia da sempre avvertito come Elohim fosse il nome con il quale le popolazioni di area semitica indicavano in modo generico la divinità sconosciuta, il Dio della ragione, mentre Jahvé fosse il nome riservato allo stesso Dio una volta autorivelatosi come Dio della fede: due nomi dello stesso ed identico Dio. Odifreddi ci dice poi che la Madonna era soltanto una contadinella che aveva fatto una scappatella con un soldato romano, e non con il suo promesso sposo, come si trattasse di chi sa quale scoperta della ricerca storica di stampo laico ed illuminato a lui dovuta. Egli non sospetta neppure come invece si tratti di un antichissimo argomento di origine ebraica, tradizionalmente adoperato, in polemica contro la nascita del Messia. Come si vede, il problema non è Odifreddi; il problema è lo spazio che i Pastori gli danno senza che ne venga frutto alcuno per il cristiano: questi ha bisogno infatti di ben altro.

Vincenzo Vitale

Noi dell'UAAR proviamo ad esprimere la nostra opinione, con questa lettera a 'La Sicilia', che tuttavia non viene pubblicata


Sul dialogo “impossibile” fra Odifreddi ed i cristiani

Nel suo intervento del 17 giugno su questa rubrica, Vincenzo Vitale lamenta la sordità di Piergiorgio Odifreddi, accusato di ignorare impunemente “ogni aspetto non puramente empirico della realtà” e conseguentemente la ‘proposta cristiana’; e sostanzialmente non condivide la scelta di padre Fallico di invitarlo ad un confronto con lo scrittore cattolico Giuseppe Savagnone, autore di un recente testo sulla divinità di Gesù. Secondo Vitale, Odifreddi non è un accettabile interlocutore, perché non considererebbe il cristianesimo una dinamica seria del pensiero e perché non sarebbe “culturalmente all’altezza dell’oggetto da criticare”. Dunque sarebbe stato preferibile un contraddittorio con chi invece riconosce la pari dignità fra pensiero cristiano e laico ed è preparato a confrontarsi tanto sugli argomenti di fede che su quelli di ragione. In sostanza, Padre Fallico si sbaglierebbe nel ritenere che l’identità cristiana possa e debba rinsaldarsi anche grazie al confronto con “le varie forme della cultura laica”.
Queste argomentazioni possono essere agevolmente ribaltate. Innanzitutto, sottolineando come la cultura prevalentemente scientifica e fermamente ‘laica’ difesa da Odifreddi sia la vincente fra tutte le culture fino ad oggi note, laddove quella cattolica è solo una delle molte forme della stessa cultura cristiana, ognuna delle quali rivendica la sua assolutezza (da cui l’esigenza dei vari ‘cristianesimi’ di doversi difendere innanzitutto l’uno dall’altro, nelle questioni di ‘verità’, prima ancora di affrontare la sfida con la areligiosità del mondo moderno). In quanto all’altra obiezione, l’impreparazione culturale di Odifreddi circa le cose della religione è tutta da dimostrare; il suo testo più noto (“Perché non possiamo essere cristiani”), oltre che straripare di quella razionalità apparentemente così tanto esaltata dalla stessa chiesa ratzingeriana, cita con precisione innumerevoli fonti cattoliche, di per sé bastevoli con le loro contraddizioni a demolire i più scontati dogmi di fede.
Solo ripiegandosi su se stesso, ovvero spostando l’attenzione del proprio pubblico sugli argomenti di fede piuttosto che su quelli di ragione, il cattolicesimo può trovare la forza di resistere agli attacchi della modernità, ma non certo quella di convincere un osservatore neutrale (come piace autoproporsi il ‘marziano’ Odifreddi). Se per ‘dialogo’ i cristiani intendono tuttora la pretesa che la ragione si pieghi sempre e comunque, docilmente, ai dettami della fede (l’agostiniano “credo per capire”), è facile prevedere un incremento della loro insofferenza.

Francesco D’Alpa

Viene invece pubblicata la replica degli organizzatori del dibattito:

"La Sicilia", 20 giugno 2008, pag. 36

«Perché noi cattolici non possiamo non dialogare con tutti»

Con piacere cogliamo l’occasione dell’intervento di Vincenzo Vitale - apparso sulle colonne di questo quotidiano martedì 17 Giugno - per chiarire, a beneficio dei lettori, l’iniziativa svoltasi nella “Tenda di ulisse” venerdì 13 giugno - la disputa tra il prof. Savagnone e il prof. Odifreddi sul tema “Processo a Gesù di Nazareth” - e più in generale la natura degli incontri che la Missione Chiesa-Mondo propone da più di quattro anni nella tenda di Ulisse. Ci ha sorpreso, infatti, constatare che alcuni laici cattolici siano rimasti scandalizzati e in qualche modo indignati da quest’ultima iniziativa, che - da quanto leggiamo - è stata fraintesa. Il prof. Odifreddi non è stato invitato per presentare il libro di Savagnone. L’ultima fatica di Savagnone è stata l’occasione prowidenziale per poter svolgere una ulteriore “disputa” tra un ateo e un credente; ateo che oltretutto viene ripetutamente citato, attaccato, criticato e confutato da Savagnone nel suo libro. Inoltre la serata ha riproposto lo stesso modulo dei numerosi dibattiti già awenuti nella tenda, che ha visto dialogare sempre un ateo eun credente: l’ateo prof. Paolo Fiores d’Arcais e il teologo cattolico di fama internazionale Don Giuseppe Ruggieri sul tema della esistenza di Dio; il prof. Salvatore Natoli e mons. Francesco Ventorino sul problema dell’etica; il prof. Pietro Barcellona e mons. Fisichella sulla “Deus Caritas est’ di Benedetto XVI, il prof. Vattimo e il prof. Savagnone sul problema dell’embrione.
Forse è bene chiarire l’identità della “Tenda di Ulisse”. Essa nasce proprio come luogo in cui poter dialogare con la cultura e il mondo contemporaneo, una cultura che si presenta incline spesso al relativismo etico, alla negazione di Dio, alla perdita della ricerca di senso. Forse tutto questo - ci chiediamo - non rientra nel compito della Chiesa? Un Concilio celebrato a Roma negli anni ‘60, il Vaticano Il, definito il concilio della Chiesa, il Concilio pastorale, il concilio che ha operato una sorta di “rivoluzione copemicana” nell’ambito ecclesiale afferma nella “Gaudium et spes” che la Chiesa “si sforza di scoprire le ragioni della negazione di Dio che si nascondono nella mente degli atei e, consapevole della gravità delle questioni suscitate dall’ateismo, mossa dal suo amore verso tutti gli uomini, ritiene che esse debbano meritare un esame più serio e più profondo” (n. 21).
E vero come ha affermato Vitale, che “dialogare con Odifreddi per un cattolico è impossibile”? A noi sembra che questa affermazione sia nello specifico falsa, perché nella tenda il 13 Giugno c’è stato dialogo, e in generale sia un’affermazione contraddittona in sé: un “cattolico” può e deve dialogare con tutti. Riteniamo che le due condizioni richieste da Vitale perché possa esserci dialogo siano state rispettate:Odifreddi ha mostrato nspetto e riconosciuto dignità perla cattolicità e ha mostrato anche una preparazione culturale non indifferente sia sulle Scritture sia sulla filosofia scolastica, anche se ha precisato di non essere un esegeta. Crediamo, però, che perché possa esserci dialogo queste due condizioni non siano sufficienti.
Perché possa nascere il dialogo è necessario, a nostro avviso molto di più: 1) Avere chiara nel cuore e nella mente la propria identità. 2) Saper riconoscere e accettare la diversità dell’altro. Ciò implica, soprattutto per un cattolico conoscere il linguaggio dell’altro. Se sappiamo quindi che l’altro usa un codice linguistico provocatorio, non ci è lecito, pertanto, fermarci e lasciarci condizionare da delle “battute” provocatone, che peraltro dallo stesso interlocutore vengono dichiarate tali. 3) Non sentirsi detentori della verità: nessuno possiede la verità, semmai possiamo essere posseduti dalla verità. 4) Saper ascoltare fino in fondo l’altro, le sue ragioni. 5) Lasciarsi interrogare dall’altro; sapersi mettere in discussione per poter mettere l’altro in discussione.
Ma il cattolico di oggi - questa la domanda inquietante- ha chiara la propria identità, per seguire l’esortazione che l’apostolo Pietro ha rivolto ai cristiani nella sua prima lettera: siate “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi”? (1 Pt3,15)
È indispensabile per questo dialogare anche con i non credenti? Si, perché ci ha detto Giovanni Paolo Il: “È illusorio pensare che la fede, dinanzi a una ragione debole, abbia maggior incisività; essa, al contrario, cade nel grave pericolo di essere ridotta a mito o superstizione” (“Fides et ratio”, n, 48).
Ma quali possono essere gli altri motivi per cui noi cattolici non possiamo non dialogare con tutti (soprattutto con chi non crede e ci avwersa)? Crediamo che la risposta possa essere solo una: perché così ha fatto Gesù di Nazaret che ci rivela il vero volto dell’uomo e che noi professiamo Signore della nostra vita. Gesù non ha disdegnato di dialogare con tutti: il centurione non era forse un non credente? Pilato non riteneva forse che la verità non esiste? Gesù non ha forse parlato, iniziando lui il discorso, con la samaritana (e sappiamo che i samaritani non riconoscevano pari dignità agli ebrei)? Non si è lasciato avvicinare dalla peccatrice lasciando che ella compisse gesti che potevano scandalizzare? Non si è forse autoinvitato alla tavola dell’usuraio Zaccheo? A Gesù, nostro maestro, non ha importato nulla che per questi motivi venisse etichettato come “un mangione e un beone”.
Ci sembra pertanto di muoverci sulla linea del Vangelo, del Concilio, del cardinale Martini con la sua cattedra dei non credenti, di Giovanni Paolo Il, di Ratzinger che prima di essere Papa ha anche svolto dialoghi pubblici con non credenti. Crediamo che queste iniziative siano “promesse” di frutti nuovi e maturi nella vita soprattutto dei laici, e che facciano bene i nostri Pastori - a partire dal nostro Arcivescovo e non solo da P. Fallico - a condurci anche in questi “pascoli”, in cui troviamo nutrimento per una fede che - per usare un’espressione di Savagnone - non sia razionale ma ragionevole, senza dimenticare che - come afferma il teologo e Pastore mons. Bruno Forte -“il credente non è altro che un ateo che si sforza ogni mattina di cominciare a credere.


LA MISSIONE CHIESA-MONDO
IL CONSIGLIO PASTORALE DI - S. MARIA DI OGNINA

LE 15 COMUNITÀ ECCLESIALI DI BASE DI S. MARIA DI OGNINA

 

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