La sorte dei soggetti in
Stato Vegetativo Persistente sembra preoccupare il clero più sul piano esistenziale e
biologico che su quello spirituale. Laccanimento con il quale si pretende di
prolungare indefinitamente la sopravvivenza di individui che hanno perduto
irrimediabilmente, assieme alla coscienza, la caratteristica di persona, è in
straordinario contrasto con la tradizionale sollecitudine per una buona morte e per il
destino dellanima, soggetto sempre più lontano dalla predicazione quanto dalle
preoccupazioni dei fedeli.
Dopo avere demonizzato il tecnicismo della medicina e la medicalizzazione della morte,
oggi è proprio la chiesa a imporre scelte di fine vita che ai più appaiono
disumanizzanti. Fino a che punto tutto ciò si accorda con gli insegnamenti fondamentali
della teologia?
Indice
Capovolgere i termini del problema
1.1 Ordine naturale ed ordine soprannaturale
1.2 Morte naturale e morte medicalizzata
1.3 Morale religiosa o bioetica?
Corpo ed anima
2.1 Vita biologica e anima
2.2 La compenetrazione fra corpo ed anima
2.3 La vita senzanima
2.4 A chi appartiene la vita?
2.5 Lobbligo di conservare la propria (e laltrui) vita
2.6 La vita è un bene ma non assoluto
2.7 La cosiddetta indisponibilità della vita
2.8 Accettazione della malattia come rispetto della vita
Morte e medicina
3.1 La morte cerebrale
3.2 Lo stato vegetativo persistente
3.3 Il punto di vista teologico
3.4 Lo stato di minima coscienza
3.5 Contro il concetto di morte cerebrale
3.6 Trattamenti futili
La morte e il morire
4.1 Il momento della morte
4.2 Morte apparente e morte reale
4.3 Morte relativa e morte assoluta
4.4 Morte naturale e morte innaturale
4.5 Lagonia
La morte ed il soprannaturale
5.1 Lesclusione del soprannaturale
5.2 Lapertura al miracoloso
5.3 La separazione fra lanima ed il corpo
5.4 La morte come evento metafisico
5.5 Problemi con lanima
5.6 Il rispetto dei morenti e del corpo morto
5.7 Scegliere il morire
Magistero e fine vita
6.1 Giovanni Paolo II
Di fronte alla morte sospesa
7.1 Dignità e persona
7.2 Lanima del morente
7.3 Il desiderio di staccarsi dal corpo
7.4 Interruzione del supporto vitale
7.5 Il corpo vivo è sempre un corpo animato?
7.6 Morti che si muovono: realmente morti?
Contro la morte cerebrale
8.1 La morte cerebrale come criterio pratico
8.2 La morte cerebrale ha risvolti metafisici?
8.3 Contro i predatori di organi
8.4 Trapiantificio Italia?
Medicina e decisioni di fine vita
9.1 Cure mediche o semplice assistenza?
9.2 Mezzi ordinari e mezzi straordinari
9.3 Accanimento terapeutico e desistenza
9.4 Consenso alla morte o eutanasia?
9.5 Sedazione terminale
Teologia e decisioni di fine vita
10.1 Il doppio effetto in medicina
10.2 Il diritto di morire degnamente
Il dibattito bioetico
11.1 Il rispetto della persona
11.2 La disumanizzazione della morte
11.3 Sostegno vitale e stato vegetativo
11.4 Eutanasia passiva, fra natura ed artificio
Per concludere
12.1 Quando la vita è vita umana?
12.2 Inadeguatezza dottrinaria della tradizione
12.3 Riconsiderare la morte?
12.4 In un mondo desacralizzato
Una storia esemplare
13.1 Contro la sentenza
13.2 Favorevoli alla sentenza
13.3 Una di noi?
13.4 Una come noi?
Bibliografia
Capitolo XII
Per concludere
Le
decisioni di fine vita riguardo i pazienti in Stato Vegetativo Persistente sono
indubbiamente delicate e controverse. Non si tratta di decidere solo dello status di un
corpo senza evidente vita umana, ma di prendere atto dei vari contesti medico,
sociale, etico che forzano in direzioni contrastanti.
Per molti, lespressione Stato Vegetativo Persistente è disumanizzante,
e dovrebbe essere definitivamente sostituita da altre come Stato di Non
Responsività; ma è ovvio che i due concetti non sono sovrapponibili. Lo Stato
Vegetativo si riferisce a qualcosa che non ha più quelle caratteristiche che
consideriamo veramente ed essenzialmente umane, ovvero lintelligenza, la
volontà, la coscienza etc.; mentre il concetto di non responsività lascia
presupporre che oltre le apparenze esista ancora un qualche Io pensante.
Secondo il patrimonio scientifico consolidato, invece, costoro non possono più recuperare
alcunché, e solo una forma di rispetto per laspetto visibile e residuale di ciò
che fu persona può spingere a preservarne la mera vita biologica.
In tali casi, la chiesa sembra divisa fra pietas (legittima) e speranza (sottaciuta). La
teologia infatti non può negare la asserita possibilità teorica del miracolo di un
risveglio, che però non dichiara mai di aspettarsi.
Giacché dunque dallo Stato Vegetativo Persistente non si esce, possiamo chiederci:
esiste, secondo la teologia, un interesse soggettivo del paziente a che si prolunghi il
suo stato sospeso?
12.1 Quando la vita è vita umana?
Affermando luniversalità del precetto secondo il quale la vita umana è
sacra, la chiesa fa riferimento a ciò che chiunque può ordinariamente intendere per
vita, chiaramente distinto da ciò che non lo è. Ma la gamma delle situazioni concrete,
in conseguenza dellintervento medico, è attualmente variegata e ad esse non si può
applicare rigidamente una distinzione basata su di un criterio che ha perso gran parte del
suo valore classificatorio.
In controtendenza si era posto anni orsono il Documento del Segretariato della
Conferenza Episcopale francese del 6 marzo 1976; partendo dalla premessa che
«la vita umana è più della vita vegetativa»
esso giungeva infatti a sostenere che
«non cè più vita umana quando ogni possibilità di coscienza e di realizzazione
è definitivamente scomparsa».
Questa definizione è stata ampiamente criticata dalla maggioranza del clero e dei laici
credenti (a) per la difficoltà di diagnosticare la cessazione irreversibile della
potenzialità psichica, e (b) per avere sostanzialmente proposto una
differenza fra vita umana e vita biologica delluomo.
Ma come si è già sottolineato, il problema va ben oltre il semplice criterio
differenziale vita-morte. E mentre taluni insistono nel definire vivi anche i
soggetti in stato di morte cerebrale, per altri la linea di difesa della vita si attesta
fra lo stato vegetativo persistente (ritenuto passibile di miglioramenti) e la morte
cerebrale (certamente irreversibile):
«Coma irreversibile per noi è la morte cerebrale totale. Invece dopo un mese dalla fase
acuta, se un paziente riesce a sopravvivere, di solito cè lapertura degli
occhi. Per definizione allora per noi non è più in coma. Per definizione coma
irreversibile è solo la morte cerebrale, quella che precede inevitabilmente la morte
stessa. Gli altri sono tutti stati di recupero verso una situazione di vita e di relazione
o verso una situazione di disabilità più o meno grave».
Questa profonda divergenza si rispecchia anche nel modo di concepire la dignità umana. In
linea di massima possiamo distingue tre posizioni: (a) la dignità umana è un valore che
il soggetto attribuisce a se stesso e comporta lautodeterminazione e il controllo
sulla propria funzionalità fisica; una volta ottenute le necessarie informazioni mediche,
il paziente ha il diritto di scegliere liberamente se e come essere trattato; (b) la
dignità umana risiede proprio nellessere uomini, supera lautonomia
dellindividuo e non viene sminuita dal suo stato attuale; (c) la dignità umana ha
una dimensione sociale, e può essere vista in termini di aspettative, efficienza e valori
condivisi.
La perdita della dignità di vita, associata ad altri fattori, sembra attualmente il
motivo più frequente (57% del casi) della richiesta di eutanasia attiva, più che il
dolore associato ad altri fattori (46% dei casi) o il solo dolore (5% dei casi).
12.2 Inadeguatezza dottrinaria della tradizione
I teologi ed i bio-eticisti di formazione cattolica rimproverano alla medicina di
frontiera di avere rigettato ogni riferimento religioso e sapienziale; ma non poteva
accadere diversamente.
I concetti teologici tradizionali, sui quali si basavano i giudizi morali in questioni
come le decisioni sulla vita, sono infatti chiaramente inadeguati a risolvere le
problematiche attualmente originate dai progressi medici. Di fronte a ciò si delineano
atteggiamenti diversi e perfino contrastanti. Mentre molti scelgono più o meno
consapevolmente di glissare sullanima e sul rapporto anima-corpo tradizionalmente
inteso, altri hanno il coraggio di mettere apertamente in discussione il problema, onde
tornare ad una più confortante (e difendibile) purezza evangelica. Ad esempio:
«delle idee false o per lo meno falsate vagano nel nostro spirito come banchi di nebbia.
Idee che non vengono dalla rivelazione e meno ancora dalla nostra esperienza, ma piuttosto
dalla filosofia greca che ha profondamente segnato per venti secoli gli autori cristiani.
Facciamo qualche esempio di queste idee zoppicanti: luomo è una creatura
ragionevole composta dun corpo e dunanima; la morte è la separazione
dellanima dal corpo [
] Tali idee, se non sono completamente sbagliate, sono
almeno gravemente contorte».
Ma ciò non basta. È tempo di riconoscere che la dottrina scolastica dellanima ha
oramai solo un valore storico e di fatto non impegna più di tanto il teologo morale o il
bioeticista.
Se infatti si volessero tracciare delle linee guida realmente cristiane sulle
questioni di fine vita, occorrerebbe tenere presente quali prerequisiti per lo meno che:
(a) la vita non è un bene assoluto; (b) la vita terrena è un bene inferiore rispetto
alla salvezza eterna; (c) solo Dio è padrone della morte così come della vita; (d) la
vera morte avviene solo al distacco dellanima; (e) finchè lanima non si
distacca è sempre possibile un intervento soprannaturale; (f) se lanima merita già
il paradiso non ha senso ritardarne il distacco dal corpo; (g) lunica vera urgenza
per dilazionare la morte è la confessione finale.
12.3 Riconsiderare la morte?
Il concetto di morte cerebrale pone problemi pressoché irrisolvibili, se si
sceglie come discrimine la morte completa di tutte le strutture cerebrali, quasi
indimostrabile clinicamente e strumentalmente.
Fra i protagonisti del dibattito medico, Robert D. Truog, preso atto dei problemi
originati dalla definizione di morte cerebrale, ha proposto alcune
alternative, ad esempio: (a) tornare al concetto tradizionale basato sulla cessazione
permanente della respirazione e della circolazione (b) riconsiderare le obiezioni delle
religioni tradizionali, (c) dare il permesso di prelevare gli organi sia nei soggetti con
morte cerebrale, che in quelli in stato vegetativo e nei neonati anencefalici,
prescindendo dalla problematica se siano vivi o morti.
Nel 1999, Stuart Youngner e altri hanno raccolto (dando voce anche al punto di vista dei
cristiani fondamentalisti) una serie di contributi sulle controversie circa la definizione
di morte, orientando la discussione sulla problematica della donazione di organi,
piuttosto che sulla esclusiva problematica della morte in sè.
Dal punto di vista teologico, il punto chiave è limpossibilità teorica della
chiesa di dissociare lidea di vita da quella di animazione, pur ritenendo i due
concetti assolutamente diversi. Infatti essa tradizionalmente non ammette, almeno riguardo
luomo, che possa esservi vita senza animazione; mentre dichiara che esistono anime
(quantunque incomplete) senza corpo e senza vita. Inizio preciso
dellanimazione (nel momento del concepimento) e distacco dellanima nel momento
della morte dovrebbero dunque restare due capisaldi, per quanto traballanti, della
bioetica.
Limmagine scientifica della vita umana, che ritiene la mente una emergenza del
corpo, prospetta invece un processo in cui lanima (se ancora la vogliamo chiamare
così; oppure la persona) si sviluppa progressivamente allinizio della
vita per poi disgregarsi alla sua fine.
Questo contrasto fra religione e teologia è ovviamente insanabile.
12.4 In un mondo desacralizzato
Per quale motivo la società dei non credenti, che fra laltro si avvia ad essere la
comunità più numerosa nel mondo occidentale, dovrebbe inserire nei suoi ordinamenti le
idee di una organizzazione ideologica fra le tante e di una fede fra le tante?
Lunica ragione pratica potrebbe essere la constatazione che la cultura cattolica è
stata per molti secoli (in occidente) parte integrante (e dominante) della cultura
generale, con mutui apporti, e che le questioni morali sono state per secoli risolte dai
teologi piuttosto che da altre categorie di intellettuali.
Ma nel momento in cui la società si è svincolata dalla teologia in nome della scienza,
le regole morali della tradizione religiosa e soprattutto i loro riferimenti metafisici
hanno perduto sempre di più in termini di fondamento ed autorevolezza.
Oggi la chiesa cattolica predica un illusorio e fuorviante rispetto della
vita, derivante da una concezione antropologico-metafisica sempre più superata
dalla cultura e dalla pratica anche dei presunti credenti. Per difendere la
vita, difende infatti tutto ciò che ha una minima parvenza di vita: lessere umano
che ha viva la mente ma inefficiente in grado estremo il corpo viene difeso quanto quello
che ha spenta irreversibilmente la mente ma attivo un minimo del corpo. Non potrebbe
essere diversamente, se lanima è definita come un qualcosa diverso dal
corpo e se anima e corpo non sono mai realmente disgiunti se non nella morte definitiva.
Fra la cosiddetta anima ed il corpo esistono unapparente continuità ed una
apparente discontinuità. Lapparente continuità si evidenzia nel fatto che il corpo
inanimato, cui non possiamo restare indifferenti, ci appare ancora come elemento
essenziale di quella persona; lapparente discontinuità è data
dallimpossibilità di considerare ancora persona i resti umani.
Sullo sfondo, sottolineiamo ancora una volta la costante mitizzazione della sofferenza,
sempre ricordata nel magistero ed asse portante della catechesi, pur se dissimulata di
fronte alla modernità recalcitrante dei fedeli di oggi. Un dolore
salvifico che non può comunque essere evocato nel caso dei soggetti in Stato
Vegetativo Persistente: perché essi non sentono il dolore, non elaborano il dolore, non
possono offrirlo ad alcun dio. |