La
catechesi del dolore utile
di Francesco D'Alpa
La Teologia distingue ontologicamente il piano del dolore (comune con altri
viventi) da quello della sofferenza (specificamente umana, almeno nelle sue espressioni
più elevate come il dolore morale). Il dolore sarebbe il sentimento di un male
fisico, o la privazione di un bene fisico, o la perdita della
propria integrità, accompagnati nelluomo, a differenza del mondo non umano,
dalla consapevolezza di essere privato di un bene che gli è dovuto, in quanto inerente
alla perfezione della propria natura; ed in contrasto con la naturale tendenza alla
felicità. Il problema del dolore è collegato a quello del male, morale o fisico, che
rientra in una più generale economia della Provvidenza.
A differenza della visione greca, secondo la quale il dolore è di per sé inerente alla
inevitabile mortalità umana, per il pensiero ebraico-cristiano il dolore non appartiene
alla natura originaria delluomo. Dunque, fra il male (ed il dolore) delluomo e
quello delle creature non umane esisterebbe una differenza sostanziale. Per queste ultime,
esso è iscritto nelle regole generali del mondo, per il quale è valido il principio
della subordinazione gerarchica degli esseri che lo compongono: il male della creatura
inferiore (che comunque non soffre) è sapientemente ordinato al bene della
creatura superiore. Questo principio non vale invece per luomo, in quanto la sua
superiorità creaturale lo pone su di un diverso piano dellesistere, ove egli stesso
è responsabile (direttamente o per via della sua discendenza dal peccatore Adamo) del
proprio male: luomo, nato di donna, è breve di giorni, ma sazio
daffanno (Giobbe 14,1); la presente vita è unincessante
infermità (Agostino dIppona).
In questo senso, lesperienza del male, ed in particolare del dolore e della
sofferenza, è al tempo stesso la giusta punizione per la colpa commessa ed un particolare
mezzo utile alla redenzione personale. Il male, viene costantemente ribadito, non è una
regola della natura, ma una eccezione alle regole della natura, un turbamento del suo
ordine originario; nasce dal peccato delluomo e si ritiene che debba accompagnare
tutta la vita delluomo. Ogni uomo è figlio di questo dolore originato con Adamo; ma
ogni uomo contribuisce con i propri personali peccati ad accrescere i mali ed i dolori del
mondo.
Dunque, secondo i cattolici, il problema del dolore non si può risolvere se non si
comprendono le sue vere origini. Perché Dio non ci ha esentati dal dolore, perché non ci
risparmia certe tremende sofferenze? Ma, ovviamente, per una ragione che noi possiamo solo
intuire. Se veramente la comprendessimo giungeremmo perfino a benedire, amare,
abbracciare lietamente il dolore; scopriremmo nel dolore un mistero
damore, quel mistero cui gli amanti appassionati del dolore hanno
voluto partecipare in imitazione di Cristo e seguendo Paolo di Tarso che esclamava:
io sovrabbondo di gaudio nelle mie tribolazioni. Luomo non potrebbe
neanche discutere sulla legittimità del dolore che lo coglie, perché ciò costituirebbe
un atto di ribellione a quel dio provvido che ha consentito lirruzione
del male nel mondo; rimetterebbe in discussione dio stesso e costringerebbe a ripensare
tutte le domande sul senso. Secondo lEnciclica Salvifici
doloris di Giovanni Paolo II, la sofferenza dellinnocente deve essere
accettata come un mistero che luomo non è in grado di penetrare con la sua
intelligenza.
Anche se non si deve mai dimenticare che per il cattolico lesperienza del dolore è
una riprova dei limiti creaturali delluomo e del suo ineludibile
destino di morte, i credenti di oggi sono certamente lontani dalla visione
tradizionalmente masochista del dolore, che vede in quello provato su se
stessi un ideale strumento di redenzione dalla carnalità e dal peccato. La malattia
dunque non è più una benedizione da ricevere con animo lieto, anche se può
essere realisticamente accettata coltivando sentimenti di rassegnazione.
Laccento catechistico, daltra parte, non è più sulluomo sofferente, ma
su chi lo circonda, che si nobilita (ed acquista meriti per laldilà) nella sua
opera di aiuto misericordioso al sofferente. Il dramma di chi soffre resta
dunque tale.
Nei trattati di bioetica le finalità del dolore umano vengono definite
fisiche (segnale di allarme per il corpo), morali (potente stimolo
al progresso morale), religiose (riavvicinamento a Dio). Ed ognuna di queste
sarebbe di utilità per luomo.
Il dolore sarebbe stimolo alla conoscenza ed al progresso delle scienze; contribuisce
allespressione artistica; eleva a Dio. È innanzitutto educativo, giacché fiacca
lorgoglio umano, pone un limite alla sua felicità e prepara la volontà alla
rinuncia. Chi non prova il dolore non può arrivare a comprendere la propria anima nella
sua profondità: solo gli occhi che piangono comprendono a fondo la realtà. Il dolore
spezzerebbe la felice identità narcisistica con il corpo aiutandoci a
scoprire un io più autentico e profondo.
La dimensione punitiva e salvifica del dolore e della sofferenza, quali individuate nella
catechesi, hanno sempre condizionato latteggiamento della Chiesa di fronte alla
pratica medica. Pur con evidenti concessioni, in epoche recenti, i mezzi atti a limitare i
dolori e le sofferenze (da quelli del parto a quelli delle malattie croniche) sono stati
visti sempre se non con ostilità almeno con sospetto, soprattutto quanto contrastare il
dolore implica una minorazione dellintelletto e della volontà o impedisce
ladempimento di altri doveri religiosi e morali (Pio XII). Leconomia
cattolica del dolore non è comunque una scienza esatta, giacché il dolore sembra ad uno
sguardo obiettivo prendere a caso piuttosto che prediligere i migliori ed i candidati alla
perfezione cristiana. Nellepoca attuale dominata della tecnica, la ricerca di una
vittoria sul dolore viene ancora sentita dai cattolici come uno dei tanti soprusi alla
natura. Non piace loro la definizione del dolore, e soprattutto del dolore psichico, come
un non senso, come un nemico da combattere ed eliminare in quanto tale,
prescindendo da ogni ipotesi teologica sulla sua giustificazione.
Per il biologo il dolore è invece insito nella struttura corporea, ed è presente in
diverso grado nella serie dei viventi a partire da un certo gradino dellevoluzione.
Il dolore e la sofferenza sono strettamente correlati con la coscienza; e la capacità di
soffrire, più o meno svincolata da uno stato fisico e da un dolore reale, è una
caratteristica essenziale della psiche umana, acquisita evolutivamente. Il dolore, il
disagio e lansia sono elementi che favoriscono lattivarsi di comportamenti di
evitamento e di ricerca e favoriscono lapprendimento, come è ben provato dagli
esperimenti sugli animali. Le forze adattative dellindividuo ne sono positivamente
stimolate. Quanto più si sale nella scala evolutiva, tanto maggiore diviene la capacità
di provare sofferenza, e luomo è naturalmente il vivente che la prova al massimo
livello di partecipazione e di coscienza. Proprio lincapacità di provare sofferenza
o di partecipare a quella altrui denota un grado inferiore di sviluppo psichico; e per
questo la capacità di provare la sofferenza psichica (in particolare la sofferenza
morale) ha ricevuto grande attenzione in tutte le religioni; in quanto la si è ritenuta
una qualità propria di anime particolarmente elevate. Secondo S. Kierkegaard la capacità
delluomo di provare sofferenza è addirittura più importante della stessa stazione
eretta.
Per il cattolico, il dolore e la sofferenza sono invece due caratteristiche non originarie
della natura umana, assenti nello stato di grazia del paradiso terrestre, acquisite dopo
il peccato originale. La sofferenza è inevitabilmente legata al peccato ed al diavolo. Da
ciò derivano due condizioni obbligatorie: una passiva, la sua inevitabilità come
conseguenza del peccato originale; laltra attiva, il valore salvifico della
partecipazione al dolore di Cristo sulla croce. Leccesso di dolori e di sofferenze
è stato a lungo considerato sovrabbondanza di meriti, perché la prova terrena sarebbe
più gravosa per le anime più forti nel Signore. Ribellarsi al dolore è invece
innanzitutto ribellarsi alla giusta partecipazione alla colpa primigenia; è
non volere partecipare alle sofferenze di Cristo. Così la sofferenza ha giocato un ruolo
importante nella storia del cattolicesimo. Ed occorre sottolineare come non solo il dolore
fisico, la paura e la depressione hanno importanti ricadute nel vissuto religioso, ma la
religione stessa (con i suoi dubbi, scrupoli, sensi di colpa) è per molti causa di
sofferenza, o comunque propone un modello di sofferenza cui aderire e partecipare
volontariamente ed in abbondanza.
Sul piano strettamente mentale, la sofferenza è, in negativo, uno degli stati
danimo caratteristici delluomo, il contraltare del benessere mentale.
Lanima sofferente è stata dunque descritta da W. James come una delle due
espressioni del sentimento religioso (laltra è la religione dei sani di mente), il
corrispettivo religioso (nel senso di malattia dellanima) di quella che S. Freud
chiamò pulsione di morte. È esperienza quotidiana di ognuno di noi, e ancora meglio lo
definisce la psichiatria, che la partecipazione al dolore ed alla sofferenza altrui sono
più intense ed immediate che non la condivisione della gioia. Non a caso la malinconia è
la tonalità emotiva più frequente nei poeti e nei musicisti; ed è spesso la porta che
conduce a sentimenti più elevati di umanità. Allo stesso modo, la sofferenza
dellanima è meglio percepibile al credente che non il godimento di una maturità
spirituale gioiosa, integrativa, adulta. Come un bambino piange più facilmente di un
adulto, così una religiosità immatura si veste meglio di devozioni lacrimevoli e
commiserative. Non si può, entro certi limiti, non comprendere come in tutto questo vi
sia un fondo di evidenza: luomo sofferente, infatti, come dimostra la psichiatria di
certe nevrosi, sembra sempre più vicino ad una visione del mondo obiettiva ed
umana di quanto lo sia chi sperimenta la gioia.
Va ancora sottolineato come lottimismo religioso tenda a rigettare alcuni concetti
fondamentali e molti orpelli della religiosità popolare: a partire dallidea stessa
del male e del demonio. Per questo esso viene ritenuto più lontano dalla verità,
rispetto alla religiosità sofferente, in quanto tende ad escludere o rimuovere una
porzione di ciò che si ritiene il reale soprannaturale. Lanimo
sofferente, inoltre, introvertito e riflessivo, è anche più determinato e categorico, se
non intollerante, rispetto a chi vive la propria spiritualità in modo più sereno, e ciò
è più funzionale alla catechesi ed al proselitismo.
Non si può negare come la religione abbia la capacità di trasformare radicalmente il
senso di una sofferenza, quale la perdita di una persona amata, che risulta insopportabile
ad un non credente; essa può aiutare ad accettare e superare levento. La Bibbia
esprime ampiamente questo concetto nel racconto della crescita spirituale degli Ebrei
durante lesilio. In questo caso si può anche riconoscere alla religione
(psicoterapia ante-litteram) un beneficio individuale e sociale derivante
dallelaborazione dellesperienza della sofferenza, che crea anche attenzione
per i bisogni altrui e favorisce la crescita dei sentimenti di solidarietà sociale.
Ma sullaltro piatto della bilancia vanno poste le nevrosi ed in genere le malattie
mentali, come anche i conflitti ed i dubbi (in gran parte suscitati proprio dalla
religione), spinti allestremo, che sono fra le forme più diffuse di sofferenza, e
che si integrano bene con il pensiero ed il vissuto religioso, in cui sono ampiamente
inquadrate ed esaltate. Qui leffetto della religione è devastante, in quanto la
sofferenza viene integrata in un percorso ideale di guarigione metafisica che annienta la
corporeità del sofferente. Questo tipo di sofferenza può essere ancora un vantaggio per
il singolo e per la società umana? Ed in questo caso, la religione è ancora capace di
trasformare la sofferenza in una forza capace di migliorare luomo, di dare una molla
alla creatività?
Laicamente ritengo di no; perché ad un certo punto, superato il limite dellutilità
biologica la sofferenza non ha più un senso. E lo ha ancor meno in una società che
giustamente non accetta più la morte per malattie che sente di potere curare e di dovere
cercare di curare; che sente che lottare contro il dolore fisico non è più un tabù.
Così quello di rassegnazione, di sofferenza accettabile (se non anche
desiderabile) è un concetto quanto mai relativo, i cui limiti applicativi
dipendono più dalla conoscenza e dalla tecnica che dalla metafisica; il cui ambito va
restringendosi sempre più. La religione, con la sua funzione millenaria di acquietamento
delle aspirazioni delluomo ad un benessere terreno, non può dunque proporre più
coerentemente la sua catechesi del dolore, nelle forme consolidate dalla tradizione; e i
templi della sofferenza cristiana non sono più le basiliche mariane in cui si soffre con
la Madonna, ma i grandi santuari della medicina tecnologica dove si guarisce con la
medicina che non guarda a Dio.
Pubblicato su: L'Ateo, |